17 Jan 2020

Può un artista decidere di traslocare una galleria?

Il secondo appuntamento di Meet the Artist vede come protagonista Francesco Di Giovanni. Artista di origini catanesi che, attraverso fotografie, video, installazioni e performance, vive e racconta il proprio tempo, indagando e denunciando i cambiamenti che attraversano la società contemporanea.

L’artista affronta, quindi, temi legati alla politica, al problema dell’inquinamento, alla guerra e  all’immigrazione. Ci parla di mass media, economia e del complesso sistema dell’arte.

A un certo punto comincia a porre attenzione sul concetto di trasloco, di spostamento, e su tutto quello che consegue a tale processo di decontestualizzazione e ricollocazione in uno spazio altro.  

Può un artista decidere di traslocare una galleria? Francesco l’ha fatto ed è nata cosi la serie RE-LOCATION distinguibile, ormai, dall’immagine dello scatolone di cartone, un vero e proprio logo che caratterizza tutti i lavori appartenenti a questo ambito di ricerca. 

Lo abbiamo intervistato per voi ed ecco cosa ci ha raccontato.

Se dovessimo presentarti come artista in 3 parole, di te dovremmo dire ….

INIZIAMO – BENE – L’INTERVISTA! Ma se proprio dovreste dire qualcosa: PRESENTIAMO L’ARTISTA!

Come e quando hai cominciato a interessarti di arte? C’è un momento o un evento particolare che ha stimolato il tuo percorso di artista?

Mia madre racconta sempre un episodio di quand’ero bambino. Nella sala d’attesa del dottore gli altri bimbi piangevano, stavano per sfidare la propria sorte, e io rimanevo in silenzio, paralizzato a osservare un quadro pieno di colore (a quel tempo non riuscivo certo a dirvi se davanti a me si trovasse un vero Kandinskij o una semplice stampa del centro commerciale). Ad un tratto mia madre mi vide tremare davanti il quadro esclamando “MAMMA, CHE BEI COLORI!”… e da lì iniziarono i brutti voti in matematica e quelli ottimi nelle discipline artistiche. Ma in fondo, credo che sia stata l’arte a interessarsi a me.

Nei tuoi lavori utilizzi una vasta gamma di medium, dalla fotografia al video, dalla performance all’istallazione. Tra questi vari linguaggi ce n’è uno che prediligi? Uno che senti ti rappresenti meglio degli altri?  

I miei studi mi etichettano come “fotografo”. Utilizzo la fotografia dall’età di quattordici anni perché, grazie al lavoro di mio padre, riuscivo, appropriandomi della sua Reflex, ad iniziare a scattare le prime fotografie.

Mi piace comunque utilizzare qualsiasi medium in relazione al tema che ho intenzione di trattare. Non ho mai amato definirmi qualcosa di diverso dall’essere semplicemente un artista.

Quali sono i temi che affronti nei tuoi lavori?

Vivo e racconto il nostro tempo, denunciando spesso i cambiamenti della società contemporanea a partire da un’indagine svolta al suo interno. L’obiettivo è quello di suscitare la nascita di riflessioni e il conseguente sviluppo di un pensiero critico collettivo su argomenti quali integrazione, mass media, economia dell’arte.

Quale tipo di impegno ci si deve aspettare da un artista secondo te?

La mia pratica artistica in continua mutazione, connette le persone, le rende partecipi di un desiderio di collaborazione e cooperazione per raggiungere uno scopo comune, continuare la sopravvivenza, perdurare nel tempo. Non sono certo che io ci stia riuscendo, ma forse insieme e con l’aiuto dei miei colleghi artisti, possiamo ottenere importanti traguardi.

Ci sono progetti a cui stai lavorando attualmente di cui vorresti raccontarci qualcosa?

Ho da poco concluso un progetto sulla ricollocazione in occasione di una mostra presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, non pensi mi debba anche riposare?

The Gallery Relocation, 2017, CrystalPhoto 100 cm x 150 cm

Stanchezza a parte, sono rientrato recentemente dal mio consueto soggiorno in Polonia, paese in cui mi rifugio per riflettere sui nuovi progetti a cui sto lavorando. Ultimamente sto realizzando una serie di installazioni legate al progetto “THE RELOCATION”, munendo di ruote diversi oggetti che per loro natura non hanno possibilità di un movimento agevolato e ispirandomi ad una frase di un giovane artista come me, che in una sua recente opera scrive: “Le idee si muovono, gli oggetti no”. Ritengo, invece, che gli oggetti in quanto idea scaturita dall’individuo, abbiano l’incredibile capacità di suscitare riflessioni e veicolare nuovi sviluppi culturali e debbano pertanto avere il diritto di muoversi e ricollocarsi.

Hai fra le mani una sfera di cristallo, cosa vorresti vederci dentro?

L’umorista e scrittore statunitense Arthur Bloch scrive: “Quando un sistema arriva a essere completamente definito, qualche maledetto idiota scopre qualcosa che annulla il sistema o che lo espande fino a renderlo irriconoscibile”.

The Gallery Relocation, 2017, CrystalPhoto 70 cm x70 cm

Il mio desiderio quindi sarebbe quello di poter vedere realizzate delle ricollocazioni al MoMa o al Guggenheim di New York, con relativi banner appesi che annunciano la prossima mostra di Francesco Di Giovanni.

No! Realmente mi piacerebbe vedere il tuo volto dopo aver letto questa intervista.

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